Natale in Sardegna


Natale in Sardegna
Per quanto possa apparire strano per un’isola, la Sardegna è una terra  che non ha nulla a che fare con l’immagine della vita costasmeraldina, che ne viene data in estate. Quella Sardegna appartiene appena agli ultimi quarant’anni della storia dell’isola. Basta venire una volta a Natale, nei paesi dell’entroterra sardo, quando la tramontana taglia il viso e dai camini esce il profumo del ginepro bruciato o del lentischio o dei tronchi di mandorlo. Lì comincia la diversità di un’isola, che molti hanno attraversato ma davvero pochi conoscono, meno che mai se l’hanno incontrata nei suoi obbligati rituali vacanzieri. Il Natale in Sardegna è qualcosa che non c’è più, un vento di suoni e di campane antiche che appartengono a un popolo sopravvissuto anche a se stesso, oltre che a quelli che vengono dal mare. Il mare è lontanissimo, anche se batte all’uscio, ed è raro, se non nelle case più povere o nei pochi centri costieri, che su una tavola imbandita manchi un pezzo d’agnellino. Nulla a che fare, ma proprio nulla, con gli agnelloni che vengono spacciati per piatto tipico natalizio. So che è un tema che farà arricciare il naso a più d’un animalista, ma è nato in una terra nella quale l’agnello era amico e nutrimento, spesso sopravvivenza. E che rappresenta ancora oggi (la Sardegna ha meno di un milione e mezzo di abitanti e oltre tre milioni e mezzo di ovini) il legame più forte con una terra spesso aspra e avara. Mangiare l’agnello a Natale, allora, è un modo per ringraziarlo e onorarlo. E con lui ringraziare e onorare la terra che lo ha cresciuto. Terra di terra, si diceva. A Natale, se capita una giornata di sole, si capisce anche meglio. Basta tornarci, ogni tanto.

Di Romano Asuni

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